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Redentore Nuoro: la storia

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Per celebrare diciannove secoli di cristianità e il Giubileo sacerdotale di Papa Leone XIII, venne costituita negli ultimi anni dell’Ottocento una speciale commissione presieduta dal conte Giovanni Acquaderni di Bologna, veterano e pioniere dell’Azione Cattolica e di cui fece parte, quale socio corrispondente, il canonico Pasquale Lutzu, segretario vescovile di Nuoro. Tra le varie opere che si decise di fare in ricordo dell’inizio del XX secolo si deliberò di erigere venti monumenti al Cristo Redentore in altrettante montagne d’Italia, uno per ciascun secolo di cristianità e il ventesimo in onore di Leone XIII.

Le vette prescelte furono: Mombarone, Graglia (BL); Monviso, Crissolo (CN); Monte Saccarello, Triora (IM); Monte Guglielmo, Zone (BS); Monte Matajur, Savogna (UD); Monte Maggio, Bertinoro (FO); Monte Albano, Serravalle (PT); Monte Amiata, Abadia San Salvatore (SI); Monte Vettore, Montegallo (AP); Monte Catria, Pergola (PS); Monte Cimino, Siriano nel Cimino (VT); Monte Guadagnolo, Caprarica (Roma); Monte Gran Sasso, Pietra Camela (AQ); Monte La Maiella, Santa Eufemia (AQ); Monte Capreo, Carpineto Romano (Roma); Monte Altino, Formia (LT); Zona Belvedere, Martina Franca (TA); Montalto di Aspromonte, Santo Stefano Aspromonte (RC); Monte San Giuliano, Caltanisetta; Monte Ortobene, Nuoro.

Alla fine del luglio 1899 il presidente del Comitato Vaticano, Cardinale Domenico Jacobini, comunicò la scelta della diocesi di Nuoro direttamente al Vescovo Monsignor Salvatorangelo Demartis. Un comitato esecutivo locale costituito da quaranta membri e la cui presidenza onoraria fu affidata allo stesso vescovo, mentre l’organizzazione generale fu assegnata al canonico Pasquale Lutzu, si occupò di definire le caratteristiche dell’opera e di reperire i fondi necessari.

L’attività del comitato è ricordata in un articolo del canonico Pasquale Lutzu, apparso nel 1934 sull’”Ortobene” organo della Diocesi di Nuoro:

“Il comitato sin dal principio discuteva intorno alla qualità del ricordo, se, cioè, dovesse consistere in una croce di ferro, od in una statua. Discuteva pure sul luogo dove collocarsi, inclinando alcuni membri alla scelta del colle di Sant’Onofrio. Il sottoscritto faceva, però, osservare che il Comitato Centrale designava per i ricordi al Re dei Secoli le più alte vette di montagna più vicine ai paesi o città; che Sant’Onofrio era un semplice colle e non montagna; che, però, l’unica sede era quella dell’Ortobene. Venne accolta la proposta ad unanimità e seduta stante fu nominata la commissione per la scelta del punto più in alto in Ortobene. Facevano parte della commissione l’ingegnere Mura, il fratello avv. Mura Francesco, i Canonici Solinas e Mura e Debernardi Eugenio. La scelta non poteva essere meglio fatta. Stabilito il luogo, si continuò a discutere quale sarebbe stato il ricordo. L’avv. Mura ricordò l’amicizia che lo legava ai fratelli Ierace: Vincenzo e Francesco, scultori di grande valore, e proponeva che il ricordo consistesse in un opera di arte e non in una statua qualsiasi. Approvata la proposta gli fu dato incarico per le trattative con Vincenzo Ierace, il quale, con entusiasmo, accettava l’offerta”.

Attraverso sottoscrizioni sostenute dalla stampa sarda e in particolare dal quotidiano “La Sardegna Cattolica” di Cagliari, si riuscì a raccogliere la somma di L. 13.825,55, comprese L. 1.140,95 ricavato di una lotteria.

Alla campagna di sensibilizzazione per la raccolta fondi partecipò anche la scrittrice Grazia Deledda scrivendo una lettera al quotidiano L’Unione Sarda pubblicata nel luglio 1901:

Il 29 agosto sarà inaugurato a Nuoro sull’Ortobene il monumento al Redentore, augurio di bene e di tempi migliori per il circondario di Nuoro e per la Sardegna tutta. La colossale statua, poderosa opera dello scultore Ierace, è già arrivata a Nuoro.
Come si sa, l’opera viene a costare non poche migliaia di lire e già tutta la somma è stata raccolta fra la povera ma premurosa popolazione sarda. Ora mancano solo varie centinaia di lire (credo 1800) per completare la somma, e si è pensato, da un Comitato di Signori nuoresi, riunitosi a tale scopo, di raccogliere oggetti per una lotteria da tenersi probabilmente sull’Ortobene il giorno dell’inaugurazione.
Io sono qui a Nuoro per qualche giorno e non faccio parte del Comitato: tuttavia, per mezzo di questo cortese giornale, mi rivolgo alle gentili Signore e signorine di Cagliari e di tutta la Sardegna, perché vogliano anche esse prendere parte all’opera generosa delle signore nuoresi: inviare ciascuna un oggettino dimenticato in un angolo della loro casa, un libro, un pezzo di stoffa, un lavoretto, un ventaglio di carta, ecco ciò che io domando alle mie gentili conterranee. Gli oggetti possono essere inviati per mezzo di un pacco postale o meglio campioni senza valore al mio indirizzo qui a Nuoro. I nomi delle signore e Signorine donatrici saranno pubblicati sui giornali dell’isola.
Sicura della tradizionale bontà di gentilezza delle Signore e Signorine io ringrazio sin da ora, a nome di tutta Nuoro, certa che tutte le anime gentili prenderanno parte a questa opera di alta bellezza”.

a statua, del peso di 18 quintali e dell’altezza di 7 metri, venne fusa a Napoli, città dove l’autore risiedeva; divisa in tre parti, fu trasferita a Cagliari a bordo del piroscafo “Tirso” e di lì condotta a Nuoro con il treno della Compagnia ferroviaria reale dove giunse il 19 agosto 1901.

Il trasporto sul monte Ortobene fu possibile grazie a robusti carri a buoi messi a disposizione dai contadini nuoresi. Si dovette però fare una lunga variante alla strada, per evitare il ripidissimo pendio del primo tratto. La deviazione partiva dalla Solitudine e salendo gradatamente a mezza costa nel tancato di Balubirde si ricongiungeva alla strada normale nel tancato di Sa ‘e sos Frores. Grande impresa fu il trasporto e il montaggio dei pesantissimi pezzi sul piedistallo che doveva ospitare la statua, sullo sperone di Monte Bidda, i cui lavori si conclusero la mattina del 29 agosto quando già una folla di 8.000 fedeli risaliva il Monte per la cerimonia inaugurale.

Lo straordinario avvenimento per la Sardegna e per Nuoro, che contava 7.272 abitanti, fu efficacemente descritto dal sacerdote e scrittore di Bono Giovanni Antonio Mura:

“...Sfilava la processione, per i sentieri a spirale, fra i grandi elci e i tronchi neri bruciati dalla folgore, e ricorderete, o buoni fratelli, la melodia della lode e del salmo... L’arciprete canonico Pasquale Lutzu, commosso, tremante, prima d’incominciare il sacrificio della Messa, benedì con voce melanconica, il simulacro divino. La gioia della folla era giunta al delirio.. La montagna rossa di corsetti e, a intervalli, bianca per le bende candide come ali di colomba, vibrava di un tremito sonoro, un palpito solo. Genuflessa, tutta un’onda umana, simile a marea che si agita tempestosamente battendo la scogliera, guardava dalle alture e fin sui lecci, piangente, commossa, buona, desolata, piena di pentimento e di speranza...”

Alla festa inaugurale non presenziò lo scultore Vincenzo Ierace, colpito da un gravissimo lutto, era morta la moglie Luisa. Nel 1905, in omaggio allo scultore, sollecitata e voluta dal Capitolo della Cattedrale, venne posta ai piedi della scalinata una lapide in memoria della moglie Luisa scritta da Grazia Deledda nel 1902 che recita:

"Donne nuoresi candidi
vecchi pastori erranti
lavoratori spersi nella vallata aulente
A voi tutti che al cerulo
cadere della sera
volgete gli occhi oranti verso l'immenso altare
dell'Ortobene e al bronzeo
Redentore sorgente
Tra fior di rosee nuvole offrite il vostro cuore
ricordate la tenera
donna che la oltre mare
per voi inspirò l'artefice ed or sciolta dai veli
mortali eletto spirito
oltre i lucenti cieli
offre il fior della preghiera al Redentore"

(I sardi - 1905)

ra nata, al di là della retorica, la festa del Redentore, destinata negli anni a diventare una delle più importanti manifestazioni religiose ed insieme turistiche della Sardegna, in un susseguirsi di alterne vicende direttamente connesse al rapido processo di trasformazione di Nuoro da piccolo borgo di pastori e contadini in capoluogo della terza provincia dell’Isola, istituita dal regime fascista nel 1926.

Nel giro di pochi anni Nuoro modifica profondamente il proprio assetto sociale: con l’istituzione della Provincia, un nuovo ceto impiegatizio di provenienza esterna va ad occupare gli uffici e le nuove strutture burocratiche. Lo stato fascista interviene direttamente nella organizzazione del tempo libero e festivo attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro e dunque anche della festa del Redentore assunta come la più rappresentativa ricorrenza della nuova provincia.

L’Opera Nazionale Dopolavoro si trovò nel giro di qualche anno a sostituire i comitati spontanei che in tempi di ristrettezze si limitarono a ricordare la ricorrenza. I segni del nuovo assetto sociale incisero sulle manifestazioni tradizionali e sui programmi; i festeggiamenti “civili” del 1935, per esempio, compresero sia manifestazioni tradizionali quali i canti popolari, i fuochi d’artificio, le corse di cavalli, l’albero della cuccagna, i concerti bandistici, che una serie di iniziative di taglio diverso quali le proiezioni del carro cine-sonoro dell’O.N.D. in piazza del Rosario; la mostra delle vetrine con premi, le gare sportive; ma soprattutto si istituivano la Sagra del costume e la sfilata del corteo dei costumi regionali. Il comitato stabilì anche di assegnare “bellissimi premi” per le finestre e le terrazze meglio addobbate nel periodo dei festeggiamenti, e, particolare curioso, tutti coloro che avessero potuto raggiungere Nuoro avrebbero usufruito di ribassi del 50% sulle tariffe ferroviarie in tutte le stazioni dell’Isola.

Gli elementi più significativi del mutamento sociale, oltre alle gare automobilistiche, ai saggi ginnici, al parco dei divertimenti, di chiaro carattere urbano, risultano l’istituzione della Sagra del Costume e dei relativi premi. Negli stessi anni emergeva un altra fondamentale esigenza direttamente connessa alla Sagra: la valorizzazione e l’utilizzo dell’Ortobene, come località di villeggiatura. Fin dagli ultimi anni dell’Ottocento il Monte era limitata meta turistica delle agiate famiglie nuoresi, che vi trascorrevano parte dell’estate costituendo una comunità le cui rumorose riunioni, contrassegnate dagli immancabili arrosti e dalle inevitabili ubriacature, furono descritte da giornalisti, scrittori e poeti nuoresi dell’epoca.

Gli anni ’50 segnarono il definitivo inserimento di diverse feste popolari sarde nel mercato turistico. La politica promozionale della Regione Sarda, svolta prioritariamente dall’ESIT, guardò a tali aspetti con particolare attenzione e la Festa del Redentore, sia perché si svolgeva nel capoluogo del territorio “più fascinoso e selvaggio dell’isola”, sia per la sua spettacolarità non poteva essere trascurata. La sagra del Redentore diveniva con la Sagra di Sant’Efisio di Cagliari e la Cavalcata Sarda di Sassari il più importante appuntamento del folklore sardo. ad essa l’Ente provinciale per il Turismo, divenuto il fulcro di ogni iniziativa di livello, associava l’organizzazione di manifestazioni di notevole valore culturale quali il “Premio Grazia Deledda”, che presto si affermò come il più importante premio per inediti in campo nazionale, l’allestimento nel 1961 della Mostra Etnografica Sarda, nel complesso del Museo del Costume, appena edificato e infine negli anni successivi con una serie di mostre d’arte, alcune delle quali furono eventi memorabili per l’arte sarda contemporanea.

La trasformazione della processione in avvenimento di grande interesse turistico aperto ad una utenza diversa da quella tradizionale creò non poche preoccupazioni nelle autorità ecclesiastiche, che pure tali trasformazioni avevano ampiamente favorito. Il vescovo disponeva l’osservanza delle seguenti norme:

  1. E’ vietato ai cavalieri di prendere in groppa le donne;
  2. Non si portino fisarmoniche, né pipe, ne ci si allontani dalla processione per farsi dare delle bibite;
  3. Si eviti di portare cose estranee alla processione: cestini, barilotti, dolci, etc.;
  4. Tra gruppo e gruppo non ci siano delle interruzioni;
  5. Chi assiste ai margini della processione abbia il dovuto riguardo a chi sfila e si eviti il fastidio di chiedere ai medesimi il nome del proprio gruppo, che è facile spesso riconoscere e che si può chiedere a tanti altri vicini che assistono;
  6. Si condanna esplicitamente il comportamento di certi giovani che spesso hanno dimostrato di non avere nessuna educazione al passaggio dei gruppi femminili;
  7. I sacerdoti intervengano in cotta alla processione, impegnandosi a dare ordine ai gruppi, facendoli cantare e pregare;
  8. Vietiamo ai sacerdoti di qualunque diocesi di intromettersi nel corteo processionale per scattare fotografie;
  9. Si cantino solo inni religiosi;
  10. I gruppi partecipanti, di ritorno della processione, si fermino in Cattedrale per la benedizione Eucaristica che conclude la sacra manifestazione;
  11. Chi non crede di potersi attenere a queste norme faccia a meno di partecipare alla processione, farà anzi un grandissimo piacere.

In realtà non era possibile ricondurre la manifestazione al clima e al significato propri di una cerimonia religiosa; gli inconvenienti lamentati dall’autorità ecclesiastica continuarono al punto che nel 1964 si prese la decisione di abolire la processione in città; questa divenne un semplice corteo di gruppi folkloristici con finalità e utenza esclusivamente turistiche, complementare al Festival Regionale del Folklore. Con un compromesso i gruppi in costume vennero invitati a partecipare ad una breve processione sul monte Ortobene, dopo la Messa all’aperto del 29 agosto.
L’imbarazzante confusione tra sacro e profano era stato eliminato con soddisfazione della Chiesa e dell’ETP, che continuò a dare il proprio contributo anche per l’organizzazione delle manifestazioni religiose sul Monte Ortobene.

Il pellegrinaggio, il più antico atto di devozione dei nuoresi nei confronti del Redentore e che sancì la nascita della festa, segue oggi un percorso abbastanza differente da quello che si adottava fino agli anni ’40, quando ancora non era stata tracciata l’attuale strada.

L’antico tragitto, che aveva tempi di percorrenza molto più lunghi, si snodava attraverso località ricche di storia i cui nomi bastano a dare un’idea del fascino e delle suggestioni che esercitano e a cui sono legate leggende della Nuoro del passato: sas Ladas, sa’ e Mariolina, Murrone, sa ‘e Corbedda, s’Iscala ‘ e s’impredau (vecchia carreggiata costruita probabilmente dai carbonai nell’800), sa Preda Pintada,, s’Elicheddu ‘e sas oras, sa ‘e sos Frores, s’Iscala de sas Lonzas, sa Conca ‘e sos Prades, sa ‘e Cuai, su Badu de sa ‘e Sos Frores, Ribu ‘e Seuna (dove secondo la tradizione sorse il primo villaggio i cui abitatori, scesi successivamente a valle, si stabilirono nell’attuale sito di Seuna, il più antico nucleo abitativo di Nuoro), sa Preda Tunda (“la pietra tonda” che, secondo una leggenda popolare, se viene girata viene fuori un tesoro – tuttavia a chi ci provò la pietra rispose: commo isto mezus: adesso sto meglio), Milianu, Intr’e Bias, sa ‘e Lallanu, sa tanca ‘e Mussennore, sa ‘e Porcheddu, s’iscala ‘e su Napolitanu, sa Sedda de nostra Sennora.

L’attuale percorso, composto di 13 stazioni, attraversa invece dopo sas Ladas le località di ponte di Capparedda, sa ‘e Lodè, sos Eliches Artos e si ricongiunge nella zona di sa ‘e sos Frores.
Tra i canti di Deus ti sarbet Maria e di Su perdonu i pellegrini raggiungono dopo circa due ore la statua del Redentore dove si celebra la prima messa. Attorno alle 11, alla presenza del Sindaco e della Giunta comunale, le Autorità ecclesiastiche nuoresi celebrano la messa solenne; i canti sacri: Su perdonu, Ave Maria de su Rosariu, Su Babbu Nostru, vengono eseguito dai cori nuoresi. Subito dopo la messa si svolge la breve processione lungo l’anello stradale del Monte accompagnata dai Gosos in onore del Redentore.

http://www.comune.nuoro.it

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