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SardegnaCulturaLa storia del Muto di Gallura

Muto di Gallura

IL MUTO DI GALLURA
Enrico Costa (1841-1909) poliedrico uomo di cultura sassarese dell’Ottocento (fu infatti giornalista, poeta e romanziere) è l’autore del romanzo storico Il Muto di Gallura, pubblicato nel 1884, nel quale si narrano le vicende relative alla faida fra le famiglie dei Mamia e dei Vasa, avvenuta in Gallura, dal 1849 al 1856.

Sono passati circa 120 anni dalla sua pubblicazione eppure il fascino di quest’opera resiste ancora saldamente. Il volume viene ancora ristampato e, soprattutto, venduto. Probabilmente il motivo del successo sta nell’essenza stessa della figura emblematica di Bastiano Tanxu, sordomuto dalla nascita, che da figura di secondo piano nell’ambito della storia reale, grazie all’abile penna del Costa, diventa il protagonista assoluto di tutta la vicenda.
Sull’argomento narrato nel libro sono stati versati fiumi d’inchiostro, tuttavia nessuno ha cercato di risalire alla realtà storica dei luoghi e delle vicende che, in maniera romanzata, sono raccontate dal Costa. Tutti i trattati sull’argomento sono pieni di enfasi, più o meno accettabili dal punto di vista letterario, non lo sono dal punto della descrizione della realtà degli avvenimenti di quel periodo, portando ad uno stravolgimento dei fatti storici alterandoli in molti dei loro aspetti.
Partendo da questo dato di fatto, è stato fatto uno studio degli avvenimenti, descritti nel libro del Costa, per cercare di saperne di più dal punto di vista della verità storica. La ricerca basata principalmente su documenti d’archivio o tradizione orale del luogo dove si svolsero i fatti, e in misura minore sulle pubblicazioni esistenti, ha portato a una ricostruzione delle diverse vicende che, in taluni casi, è risultata molto diversa da quella descritta dal Costa il quale, in alcuni passaggi, rielaborò nomi, luoghi e fatti per esigenze letterarie, o più prettamente commerciali.
Ne è venuto fuori un quadro abbastanza concreto della situazione sociale ed economica, e quindi degli avvenimenti, di quel triste periodo, anche se qualche punto rimane ancora un po oscuro.

IL PERIODO STORICO
Sulle cause della faida si sono scritte diverse versioni, però tutte poco aderenti alla realtà; piuttosto che analizzare a fondo la situazione, partendo dal momento storico si preferisce contornarla di un alone di mistero, talvolta romantico, affermando che fu originata dal mancato rispetto di una promessa di fidanzamento, oppure si propone di liquidare la questione in maniera più semplicistica, come derivata da una lite successiva ad uno sconfinamento di bestiame.
In realtà senza la penna del Costa, che ricamando una storia a volte fantasiosa incentrata sulla terribile, e allo stesso tempo pittoresca e patetica, figura del sordomuto Bastiano Tanxu, sarebbe caduta nel dimenticatoio, o malamente ricordata come una delle tante inimicizie sbocciate in Sardegna nell’Ottocento.
In effetti le cause scatenanti sono molteplici e non si può risalire ad esse senza accennare alla situazione sociale del tempo.
Le radici della faida vanno ricercate principalmente nella generale situazione di dissidi e malumori, ai quali non è estraneo il famigerato Editto delle Chiudende. Tale provvedimento è risaputo che causò una lunga serie di soprusi, e quindi di conflitti, che, accumulandosi con il passare del tempo, si estrinsecarono in una lunga serie di fatti di sangue, intorno alla metà del secolo.
Tali inimicizie, si sviluppavano principalmente nelle campagne e, considerato che lo Stato era assolutamente assente per assicurare un minimo di legalità e di giustizia, dovevano per forza di cose sfociare immancabilmente nella vendetta personale.
Da molti anni poi, una delle attività più remunerative era il traffico di contrabbando con la vicina Corsica; per cui era abbastanza diffusa una certa cultura dell’illegalità.
Il contrabbando prosperava da sempre lungo il litorale, dove le numerose calette costituivano sicuri, e soprattutto nascosti, punti di approdo per le agili gondole di Bonifacio che trafficavano fra le due isole. Luoghi come Tinnari, Littu di Zoccaru, Canneddi, Cala Falza, Li Scalitti, Cala di L’Agnuli, La Gruzitta, Cala Sarraina e Lu Strintoni erano teatro quasi quotidiano di approdo dei contrabbandieri, che talvolta venivano sorpresi dalle imbarcazioni guardacoste della Regia Marina. Si ha notizia di numerosi conflitti a fuoco tra miliziani e fuorilegge, sin dal Settecento.
D’altra parte il contrabbando era una delle poche risorse economiche che poteva garantire la sopravvivenza e la possibilità di poter pagare tasse e balzelli, che in quel periodo erano molto gravosi.
Una cosa, non da poco, da ricordare è che i numerosi soprusi, subiti per circa quattro secoli sotto Aragonesi prima e Spagnoli poi, non erano certo diminuiti con l’avvento dei Savoia, anzi erano addirittura diventati più onerosi, grazie alla poca cura, e alla incapacità congenita, dei governanti piemontesi inviati in Sardegna.
A tutta questa serie di cose si deve aggiungere l’indole dei pastori, che soggiornavano nelle vaste, lande scarsamente popolate, poco incline a sopportare il giogo dell’autorità, che per loro significava solamente leva e tasse; tali imposizioni non furono, in pratica, mai accettate.
Solamente un secolo prima, nel territorio teatro della faida, nella località di Cuccaru, vi era stato il più grosso concentramento di fuorilegge della storia di Sardegna; praticamente fu una aggregazione talmente copiosa da costituire un vero e proprio villaggio, che accoglieva individui viventi alla macchia, anche dall’Anglona e dalla Corsica. Per alcuni anni, furono impiegati diversi reparti militari, che dopo una serie di alterne vicende, talvolta vere e proprie battaglie campali, riuscirono a bonificare il territorio. Tuttavia il Monte Cuccaru, continuò ad offrire rifugio a latitanti isolati sino alla fine dell’Ottocento.
Nelle campagne pertanto vi erano in circolazione diversi pericolosi individui che facevano del delinquere la loro professione. Tra questi Giovanni Demuro, noto Zirinnau, che era alla macchia in quanto ricercato per l’omicidio del vignolese Salvatore Bianco, avvenuto il 30 dicembre 1841, nelle campagne di Vignola. In seguito, durante la vita alla macchia, essendosi invaghito di una giovane pastorella vignolese, provvederà a sbarazzarsi della propria moglie, Domenica Altana, uccidendola personalmente il 28 ottobre 1856 in Montirussu (Aglientu), con la collaborazione del suo degno compare, Leonardo Dalmassso noto Garroni, contrabbandiere di origine corsa, ma ufficialmente residente a Tempio. Entrambi furono poi catturati e processati, a Sassari nel 1862: il Demuro fu condannato all’impiccagione e la sentenza fu eseguita a Tempio; il Garroni invece se la cavò con una condanna ai lavori forzati a vita.
Di uxoricidio, era stato accusato un altro celebre latitante di quel periodo, Godiano Serra “Cunconi”, delle campagne di La Balestra (Aggius). Assieme ad altri suoi compari come Leonardo Tirotto di Cascabraga (Trinità d’Agultu) e Leonardo Mamia di Nigolaeddu (Trinità d’Agultu) si era reso artefice di una lunga serie di delitti fra i quali il più praticato era il furto di bestiame. Pare che fosse dedito anche all’attività di sicario. Alla fine di febbraio del 1841, nelle campagne di Vignola, in località Lu Naragoni, tese un agguato al pastore Giovanni Pietro Addis Melaju, che riuscì a scamparla. In quel periodo vi era una profonda inimicizia proprio fra i Melaju e i Tirotto, parenti del Serra.
Oltre gli esempi citati, vi è da dire che i latitanti, ricercati in massima parte per reati contro il patrimonio, erano veramente molto numerosi. I resoconti dei processi, celebrati in quegli anni in Corte d’Assise a Sassari, sono pieni di nominativi di persone residenti nel territorio di Agultu e Vignola. I reati più comuni erano l’omicidio, tentato o consumato, il furto di bestiame, l’evasione fiscale, il contrabbando e la resistenza a pubblico ufficiale, naturalmente armata, quando i militari capitavano a tiro.
Questa era la situazione precedente il fatidico anno 1850, indicato da sempre come quello di inizio della faida. Non si può però fare a meno di elencare una lunga sequela di fatti delittuosi che aveva insanguinato le contrade già nel decennio precedente.
Il 18 giugno 1848, nell’abitato di Aggius, era stato ucciso il notaio tempiese Bartolomeo Panu. Quindi in rapida sequenza erano stati trucidati: Giovanni Antonio Doro Sbettigu di anni 20, ucciso in Monti Careddu il 3 ottobre 1848; nell’occasione fu ferito anche un occasionale compagno, Giovanni Battista Spezigu che ebbe la sfortuna di trovarsi nei pressi; Gavino Maddau di anni 30, ucciso il 4 marzo 1849, nei pressi della chiesa campestre di San Pietro di Rudas; Giovanni Antonio Altana, anni 30, ucciso il 31 agosto 1849; Luciano Addis “Melaju”, anni 55, ucciso il 29 ottobre 1849; Giovanni Pietro Tirotto, anni 40, ucciso il 28 febbraio 1850, poche settimane prima del ferimento di Pietro Vasa.
Da notare che nella primavera del 1849, Pietro Vasa e Mariangela Mamia erano felicemente fidanzati e si era ben lungi dall’immaginare quello che stava per succedere.
Proprio nel mese di maggio di quell’anno 1849, quando, secondo quanto riportato dal Costa, si svolse la cerimonia dell’abbrazzu, a poca distanza dallo stazzo abitato dal Vasa erano accaduti due orribili fatti di sangue: il giorno 25, presso Lu Muddetu, era stato assassinato Francesco Aunitu noto “Mussignori” di anni 40; il giorno successivo, 26 maggio fu la volta di Sebastiano Pileri “Aminosu” di anni 39, trucidato in località La Lamma, sotto gli occhi della figlia tredicenne. Di tale efferato delitto furono imputati i fratelli Michele e Antonio Pileri, abitanti nello stazzo di Lu Rotu, presso Trinità d’Agultu, e quindi dirimpettai con i Vasa. Fra i testimoni accusatori vi erano i fratelli Matteo e Antonio Vasa, zii paterni di Pietro, e la sorella di quest’ultimo, Giovanna Angela, nonché Michele Tanxu, fratello del Muto.
Da tutto questo si intuisce il tipo di rapporto di “buon vicinato” che intercorreva tra i Vasa e i Pileri.
Se poi si aggiungono i forti contrasti tra Pietro Vasa e Salvatore Pileri, si capisce che, da quel momento, ogni pretesto sarebbe stato buono per dare libero sfogo all’odio e alla rabbia fino a quel momento repressa.

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