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I pastori galluresi


Leggendo il libro "Banditi di Sardegna", siamo rimasti affascinati dal codice d'onore di questi personaggi, molti dei quali, tra il 1800 e il 1900, vagavano tra gli stazzi della Gallura, fungendo da deterrente per ladruncoli che infastidivano i pastori locali. Oggi proponiamo la descrizione che fa dei pastori galluresi Francesco De Rosa nel suo libro "Tradizioni popolari di Gallura", edito nel 1899.

I nostri pastori, sparsi per gli stazzi e le cussorgie di Gallura, in numero non inferiore a quello vivente entro i popolati, sono a seconda delle diverse famiglie, razza od origine, d’alta o di media statura; vigorosi tutti e d’una sveltezza e d’una agilità senza pari.
Sono ben fatti della persona e nella donna s’ammira una bellezza squisita e maestosa ad un tempo, una venustà e una grazia, unita alla più schietta semplicità di costumi, quale nei grandi centri o altrove non è facile riscontrare.

Unica cura dei pastori era un tempo quella di attendere ai loro armenti e alle greggi; ora attendono pure ai lavori agricoli, in cui cercano trovare quel benessere materiale loro rapito dal taglio delle foreste e dei boschi, che davano pascolo ad infinite mandre di porci. E non solo l’agricoltura coltivano con amorosa cura, ma principiano a far istruire i loro figli, spesso mandandoli a Tempio o ad altre città dell’isola o del continente: nei quali studi, essendo di sottile ingegno e di ferrea memoria, riuscirebbero a meraviglia, se la costanza o i mezzi pecuniari non facessero loro difetto.

Frugali e sobri, vivono ordinariamente di latticini e di legumi. Di semplici costumi, si contentavano nei tempi andati d’una capanna per abitazione e d’indumenti intessuti colle proprie mani. Ma al presente mostransi eccessivamente ghiotti di cibi delicati; amano il vino, il caffè e i liquori spiritosi; si provvedono di bella e comoda abitazione, in cui, per quanto a mobili e masserizie, nulla manca di quanto si vede nelle case dei villaggi, e vanno, al par dei paesani e dei cittadini, pazzi per la moda.

Incapaci di far la menoma offesa agli altri, non soffrono che altri ne facciano ad essi: a quelle fatte al loro onore eglino sanno prontamente e spietatamente vendicare. Hanno per cosa sacra l’amore, l’ospitalità, la lealtà e il giuramento: onde fra loro son rari i casi d’adulterio e di concubinaggio.
Cordiale ospitalità trova l’amico al punto d’affidargli la moglie e perfino le figlie, di cui non deve abusare se vuole fruire a lungo la luce del sole. Non v’è timore che nieghino un debito, anche ricevuto a quattrocchi o che vengano meno a una promessa fatta, massime quando trattasi di matrimonio. Sinceramente religiosi, anzi superstiziosi, non giurano il falso, se sono chiamati a farlo davanti l’altare o ponendo la mano sul vangelo, sulla corona o su d’un amuleto. Vanno pazzi per le feste, pei balli, pei passatempi, dimentichi tal fiata delle ordinarie occupazioni.

 

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